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Un modo diverso di commemorare Giovanni Falcone: meditare su noi stessi. Io non li voglio vedere nè ascoltare. In parlamento foraggiano la mafia e poi scendono in piazza a commemorare Giovanni Falcone. Di Sergio Di Cori Modigliani

Giovanni Falcone

Stanno preparando il vestito buono per la festa. Passeranno la notte a lustrarsi le piume. E domani, l’uno dopo l’altro, con una faccia che definire di bronzo è un eufemismo al ribasso, correranno da una parte all’altra della penisola cercando i riflettori della tivvù, il microfono dei giornalisti, inondandoci della loro vomitevole retorica su twitter, facebook, e in ogni angolo della rete; loro, tutti loro, gli assassini di Giovanni Falcone, la moglie, e i tre agenti della sua scorta, saranno proprio quelli che ne celebreranno la memoria. Firmandola. Sottoscrivendola. Faranno a gara per raccontarci come combattere ciò che loro proteggono. Spiegheranno l’immensa eredità di un magistrato coraggioso; loro, proprio loro che hanno trafugato il testamento, alterato la firma e prodotto un perdurante falso ideologico che ha consentito, alle segreterie politiche dei diversi partiti ai quali sono affiliati, di rinverdire un fasto che ha svuotato di Senso Civico l’esistenza del popolo italiano.

Li vedremo tutti in fila, schierati come i santi. Ci sarà addirittura chi oserà versare qualche calda lacrima, a suggello e firma dell’ipocrisia di stato, di quel trasformismo vigliacco e indomabile che ha costruito nei decenni la mala pianta del cinismo e dell’indifferenza, l’humus naturale dal quale tutte le mafie attive in questo paese traggono i profitti delle loro azioni criminali. Perché domani, 23 maggio 2012 ricorre il ventennale della strage di Capaci.

Proprio oggi, alle ore 16, alla Camera dei Deputati, dove la percentuale di mafiosi eletti come onorevoli ha raggiunto un livello inaudito e impensabile per qualsivoglia democrazia, hanno varato un provvedimento relativo alla giustizia che riconferma la loro volontà di uccidere lo Stato di Diritto. Con la tiepida scusante del dibattito sugli esiti elettorali di ieri, in fretta e furia, sperando che nessuno se ne accorgesse, hanno eliminato il reato di concussione, abrogandolo, in modo tale da poter garantire a Silvio Berlusconi una sicura impunità relativa al reato di cui è attualmente accusato e per il quale sta sotto processo. Si sono messi d’accordo. L’unica personalità politica che è intervenuta, indignata e inferocita, per questo ennesimo stupro della legalità, è stato Antonio Di Pietro. Qui di seguito, per onor di cronaca, copio e incollo parte dell’intervento sul suo blog nel quale comunica alla cittadinanza ciò che è accaduto oggi, voluto dall’attuale governo, dal PDL, dal PD, dall’Udc.

…………..“Quello che è accaduto oggi in Commissione è una vergogna, uno schiaffo allo stato di diritto e alla giustizia. Sembra di essere tornati a vent’anni fa. Con artifizi e raggiri il governo e i tre partiti di maggioranza ABC hanno concluso un accordo a ribasso che fa credere all’opinione pubblica di combattere la criminalità, ma invece renderà molto più difficile ostacolarla. E’ il solito sistema della casta: ogni volta che si scoprono gravissimi reati contro la pubblica amministrazione arriva il Parlamento e vara leggi per frenare la lotta contro quei reati. Siamo stati gli unici a votare contro, l’ultimo giapponese in difesa della legalità. Si sappia che oggi, in commissione Giustizia, è stata approvata una normativa che prevede l’abrogazione del reato di concussione per induzione. E’ quello che noi, quando facemmo l’inchiesta di Mani pulite, chiamammo “dazione ambientale”, ovvero di una situazione in cui l’imprenditore che deve dare il denaro non riesce più neanche a ribellarsi; egli, ormai, sa che in quel determinato ambiente si usa dare la mazzetta o il pizzo e quindi vi soggiace pur di continuare a lavorare. Insomma, è l’espressione massima della criminalità mafiosa, perché fra concusso e concussore non serve nemmeno parlare, basta uno sguardo o comportamento concludente…Nella nostra esperienza di Mani pulite, tutti i reati di concussione avevano alla base quest’induzione. Oggi è stata eliminata, siglata a tavolino dal governo e da ABC. Alla faccia degli italiani onesti. Neanche il ministro Biondi, all’epoca del primo governo Berlusconi, arrivò a tanto. A ciò si aggiunge il fatto che è stato previsto un nuovo reato, il traffico di influenza illecita, che così come formulato è una barzelletta. Semplicemente non si può combattere perché si considera reato solo quando si ha in cambio un vantaggio patrimoniale. Come se nei reati contro la Pubblica amministrazione, o comunque commessi dai politici, il denaro fosse l’unica forma di vantaggio invece che una delle tante. E il voto di scambio? E i giochi di potere? Adesso non contano più, avevamo preso un abbaglio? Inoltre il traffico di influenze è considerato solo quando vengono sfruttate le relazioni esistenti. Ma il traffico di influenze illecite è quello che avviene soprattutto senza avere reali relazioni con un pubblico ufficiale, perché quando queste relazioni ci sono si tratta di corruzione. Nulla si dice sulla Convenzione di Strasburgo, che giace in Commissione da anni”.

Antonio Di Pietro

Tutta la classe politica che ha chiuso questo accordo, raggiungendo un’intesa per favorire la diffusione di comportamenti mafiosi in Italia, domani commemorerà Giovanni Falcone.

Domani, io non leggerò i giornali, non ascolterò le notizie, non seguirò i telegiornali, e men che meno salterò come una vispa allegra da un mi piace all’altro su facebook a commento della prevedibile scarica di striscette melense e ipocrite che inonderanno la rete con una disgustosa ondata di demagogia piatta e ipocrita.

Domani, uccideranno ancora Giovanni Falcone, sua moglie e la sua scorta.

E io non voglio farne parte. Per questo ne parlo oggi, con un giorno di anticipo.

Seguitano a ucciderlo, ogni giorno, nella società civile e in parlamento. Per questo vogliono museizzarlo, trasformandolo in una specie di santino, da usare ad ogni buona occasione.

Perché sono proprio loro gli eterni assassini, questa è la verità, altrimenti non ci ritroveremmo, venti anni dopo, nella stessa identica situazione di allora.

Falcone è stato assassinato da Pierluigi Bersani. Lui, è uno dei tanti assassini. Lo ha fatto “ufficialmente” il 15 luglio del 2011, nell’occhio del ciclone per lo scandalo Penati, quando ha dichiarato formalmente a Pesaro che “non esiste nessuna questione morale, è bene che la gente lo sappia; all’interno del PD non esiste la questione morale…non c’è nessun iscritto, funzionario o militante del PD che sia toccato a nessun titolo dalla questione morale”. Pronunciando questa frase, ha assassinato di nuovo Giovanni Falcone, sua moglie e i tre agenti della scorta. L’ha assassinato di nuovo il gruppo dei senatori del PD a settembre del 2011 quando ha votato contro l’arresto del senatore Tedesco, già dimissionario, travolto per lo scandalo della sanità in Puglia. In quel momento hanno assassinato di nuovo Giovanni Falcone. L’hanno assassinato tutti i deputati del PDL e della Lega Nord e i dodici deputati del partito radicale, a febbraio del 2012, quando hanno votato contro l’arresto del deputato Nicola Cosentino, accusato di essere il referente istituzionale del clan camorristico dei casalesi. E così via dicendo. Loro, che gridano e protestano contro la cosiddetta anti-politica, si sono messi al servizio delle mafie negando alla Politica il suo ruolo di avanguardia civile collettiva.

Domani, vestiti a festa, faranno a gara a chi lo commemora e piange di più.

Tutti i funzionari pubblici della repubblica, anche quelli del più piccolo e povero comune, che violando la fiducia e la delega data loro dai cittadini attraverso il voto, hanno preso tangenti e hanno optato per privilegiare l’interesse personale a quello del bene pubblico e collettivo, tutti loro, sono quelli che seguitano ogni giorno ad assassinare Giovanni Falcone, sua moglie e i tre agenti della scorta. Perché hanno reso vana e vacua la loro morte.

Sono gli assassini di Giovanni Falcone anche tutti quegli imprenditori che partecipano alla condivisione della corruttela negli affari, sostenendo che bisogna pagare le tangenti se si vuole sopravvivere sul mercato. Loro sono i quotidiani assassini di Falcone.

Così come lo sono anche tutti i direttori editoriali responsabili delle case editrici, delle società di produzione cinematografica, televisiva e radiofonica, che riconoscono e accolgono come autori soltanto ed esclusivamente le persone e i nomi presentate, suggerite, spinte e imposte dalle segreterie dei singoli partiti politici che poi provvederanno a fornire i loro buoni uffici facendo piovere su di loro sovvenzioni statali pagate con le nostre tasse. Loro, nessuno escluso, sono gli assassini di Giovanni Falcone, sua moglie e tre agenti della scorta.

Io non li voglio vedere. Non voglio vedere le loro facce ipocrite.

Sono gli assassini di Giovanni Falcone tutti quelli -nessuno escluso- che dicono “lo fanno tutti, che cosa ci vuoi fare?”. Così come lo sono tutti coloro che si trincerano dietro il “ma io ho una famiglia” e fingono di non sapere che in italiano esiste la frase “no, io queste cose non le faccio”. Loro sono gli assassini di Giovanni Falcone. Nessuno escluso.

Gli assassini sono tutti i cittadini italiani che nel silenzio garantito dalla privacy, cautelati dal fatto di non avere testimoni, nel segreto della cabina elettorale, mettono una crocetta su un certo simbolo, su un certo nome, perché sanno che quella lista e quella persona, domani, a elezioni avvenute (e vincenti) mi risolveranno il mio problemino, o daranno il posto a mio figlio, o sistemeranno mia sorella. Sono decine di milioni gli assassini di Giovanni Falcone, sua moglie e i tre agenti della scorta. Perché la mafia non è una persona, non è una cosa astratta. La mafia è un’idea dell’esistenza. La mafia è una interpretazione della vita, e chi vi aderisce è un mafioso. Anche se non lo sa. Anche se non se lo vuole dire. Sempre mafioso è.

L’intera classe politica, intellettuale, mediatica, imprenditoriale, di questo paese, partecipò negli anni’80 e primissimi anni ‘90 al processo di delegittimazione di Giovanni Falcone isolandolo, diffamandolo, e voltandosi dall’altra parte quando sapevano che stavano arrivando i killer. Così come fecero poi con Paolo Borsellino e con tutti coloro che ebbero l’ardire di armarsi di coraggio e combattere contro la mafia attiva. Le stesse persone che allora scelsero di non guardare, oggi sono in prima fila a commemorarne la scomparsa. Sono tutti loro i veri assassini. Io non li voglio né vedere né ascoltare.

Perché i dirigenti mafiosi sono affaristi, e non corrono il rischio di mettersi nei guai uccidendo gli affari, se non sanno di avere un territorio amico che li sorregge.

La mafia, di per sé, non esiste. Ma esistono i mafiosi. Perché la mafia è la somma delle singole comportamentalità mafiose che ne determinano l’esistenza. E noi siamo un paese di mafiosi. Purtroppo, non è uno stereotipo. E’ la tragica realtà con la quale noi tutti dobbiamo avere il coraggio di fare i conti. Perché questi sono i veri conti, non lo spread, che è una invenzione astratta. Potete aderire a qualunque ideologia, essere di destra o di sinistra, anarchici o democratici, conservatori o progressisti, amanti di Keynes, di Marx o della teoria della Moneta Moderna. Non cambia nulla, fintantoché non cambieremo il nostro comportamento individuale, quotidiano, esistenziale, e prenderemo atto di ciò che siamo. Per poterci evolvere e liberarci di questo cancro che corrode il Senso Civico.

Ogniqualvolta un cittadino italiano rinuncia ad esercitare il libero arbitrio, e rinuncia all’ambizione e al tentativo (anche se estremo e disperato) di farsi valere per i propri meriti e le proprie competenze tecniche, privilegiando la facile e sicura strada della mediazione politica e della malleveria, per prendere una scorciatoia garantita dal sistema del malaffare, il registratore di cassa della mafia fa clang e segna un incasso. Perché sa che, domani, quel cittadino sarà un mafioso sicuro. Anche se non lo sa. E’ una porta alla quale andranno a bussare, sicuri che verrà subito aperta. Loro, lo sanno benissimo, che è così. Lo sappiamo tutti.

Io non li voglio vedere i loro telefilm celebrativi interpretati da attori raccomandati, prodotti da aziende mafiose, e distribuiti alla nostra visione da funzionari mafiosi in doppiopetto. Proprio no. Perché sono tutti assassini di Giovanni Falcone, di sua moglie e dei tre agenti della scorta.

Domani, dedicherò la giornata al tentativo di ripulirmi spiritualmente, cercando di fare ordine interiore, per eliminare ogni residuo di retro-pensiero mafioso, che alligna dentro di me, come dentro la mente di ogni singolo italiano, anche quando non lo sa. Perché il paese è così. Altrimenti, non staremmo, dopo venti lunghi anni, e una caterva di governi inutili, nella stessa identica situazione di allora.

A conclusione di questo post commemorativo, mi piace citare un brano tratto dal libro “Demoni e sangue”, pubblicato dall’editore siciliano Coppola, un testo di denuncia delle mafie, firmato da un cittadino calabrese, Francesco Saverio Alessio, attivo nella lotta quotidiana contro la ‘ndrangheta, che la settimana scorsa a Certaldo ha vinto il VI Premio Nazionale di Filosofia per l’anno 2012. Bravo, i miei più vivi complimenti.

In questo spazio-tempo sospeso da ventimila anni fa, si agitano forze occulte, di sostanza sovra statale, sovra massonica, sovra religiose. Queste forze, che appartengono all’inconscio collettivo, sono primordiali, potenti, cinicamente crudeli e concretamente assassine! Esse decidono del destino individuale e collettivo senza alcuna possibilità d’appello. Implacabilmente. La visione permessa dal tabù imposto da queste stesse forze è così ristretta da diventare claustrofobica. La sconfitta individuale, incondizionata, diviene silenziosa serva del potere. Il cancro si estende a ogni strato della società sopravvissuta, complice. Sempre. Per omertà collettiva. Per cultura. ’Ndrangheta. Questo tipo di pensiero costringe a lungo andare il comune operare all’interno di una visione fobica della realtà. Un appartenere alla sfera d’influenza della cultura della ’Ndrangheta. Chiunque è complice. Anche se non compie alcuna azione criminale, è complice perché non denuncia, non parla, tace e sopporta in silenzio.

Tratto da “Demoni e sangue

di Francesco Saverio Alessio. Coppola Editore

-  Qui la fonte dell’articolo: Io non li voglio vedere nè ascoltare. In parlamento foraggiano la mafia e poi scendono in piazza a commemorare Giovanni Falcone.

dal blog di Sergio Di Cori Modigliani

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Un mio parere sull’espansione della ‘ndrangheta in Germania richiestomi da Echo2 di Flare per un convegno organizzato insieme a Mafia? Nein Danke.

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TRA DEMONI E SANGUE, LA SPERANZA IN AGGUATO ?

“DEMONI E SANGUE”, INCHIESTA E RACCONTO SULLA PERVASIVA POTENZA DELLA ’NDRANGHETA

di Domenico Barberio

Parto, nella recensione di “Demoni e sangue”(Coppola editore, Trapani, 2011), dagli aspetti che meno mi convincono. E’ molto lungo, è appesantito da parti di cui si potrebbe fare a meno. 486 pagine, indice compreso, sono tante,forse troppe, anche per un libro che,tra le altre cose, è un’inchiesta accurata e approfondita. Appunto l’inchiesta, che in “Demoni e sangue” è frammista alle vicende autobiografiche in cui Saverio Alessio racconta se stesso,i suoi dilemmi, le sue difficoltà, la sua terra e il conflittuale rapporto che si è instaurato con essa. Ecco, forse un altro ingrediente che poteva essere meglio dosato dall’autore è la sua forte carica polemica. Il coinvolgimento emotivo fa perdere a Saverio in alcuni passaggi, secondo il mio modesto avviso, quella giusta distanza che ci deve essere con la pagina che sta scrivendo. Questa intima adesione, questo proiettarsi nella vicende che vengono man mano presentate, porta ad annebbiare la lucidità necessaria e lo spinge fino all’invettiva troppo carica di rancore. Un buon editor magari avrebbe permesso di superare questi limiti, eliminando pagine e smussando il superfluo, ma la scelta, il caso, gli eventi hanno fatto incontrare questa piccola e coraggiosa casa editrice, Coppola di Trapani, con un autore che ha fatto tutto da sé, senza concedere sconti, manifestando appieno la sua impetuosa carica polemica. Sono venuti fuori allora tutti gli spigoli caratteriali di quest’uomo del sottosuolo come qualcuno l’ha definito: un personaggio dostojevskiano, uno scrittore marginale (nel senso che sta ai margini, lontano dal potere). Dunque un libro con meno pagine,meno carico di nomi e numeri, più agile e snello, meno arrabbiato, avrebbe migliorato la resa definitiva. Ma “Demoni e sangue” è anche altro naturalmente, ha molti meriti. Riporta fatti e persone di una regione, la Calabria, messa sotto scacco dalla violenza del potere ’ndranghetista e dalla rapacità del potere politico. E non si ferma solo a questo, l’inchiesta-racconto si allarga e cerca di racchiudere quello che di peggio sa offrire la società calabrese. Ma non solo la Calabria, perché come ci viene ricordato da Saverio Alessio ” il sentimento più forte, il desiderio di libertà, prevale ed impone di indicare a chi non si accorge della mostruosità della ’ndrangheta che lo avvolge silenziosamente nelle sue spire, come questa si infiltri subdolamente nelle società ancora sane e di urlare l’orrore a chi farebbe ancora in tempo a liberarsene, prima che ne diventi schiava come la Calabria”. Un aspetto su cui si insiste in “Demoni e sangue”, attraverso il lavoro di indagine armonizzato con la trama del racconto che lo tiene in piedi, è l’evidenziare non solo la capacità pervasiva delle ’ndrine nella vita economico e politica, ma anche e soprattutto il suo divenire discorso comune e condiviso, retorica pubblica. Ciò che preme è mettere in guardia dal potere di fascinazione della ’ndrangheta. Si tratta di quella malìa di cui scrive uno dei maggiori studiosi della criminalità organizzata italiana, lo storico Enzo Ciconte che sottolinea come esista ”un’attrazione che persiste e che a tratti ha la parvenza dell’immutabilità. E così la fascinazione-o al contrario, lo scoramento per chi alle mafie si oppone- sembra non avere mai fine”. Dunque un potere criminale che è anche dominio culturale, attento a fiaccare senso civico e difesa dei valori democratici che sono imprescindibili per una società sana, aperta, solidale depurata dalla presenza mafiosa. Nei passaggi dove l’amara riflessione sulla sua condizione personale di “esule” dalla Calabria si fa più forte sembra che il disincanto e la mancanza di prospettive abbiano il sopravvento sulle speranze di Saverio “…scrivo della Calabria in modo introspettivo, a tratti superbo, e teso a descrivere quello che vive l’osservatore da un punto di vista ristretto. Forti sentimenti ed una voglia di riscatto personale indipendentemente dal riscatto della mia terra e della sua gente. L’esclusivo tentativo di conquista di uno spazio espressivo individuale”. C’è un’incapacità a subire passivamente le brutture che la società calabrese è capace di esprimere e che nutre le pagine irriverenti di “Demoni e Sangue”. Ma fra queste pagine credo che si possa scovare con attenzione anche un’idea di fondo legata alla speranza, speranza per i destini individuali e collettivi. Nonostante la durezza di fondo Saverio riesce a delinearci, tra demoni e sangue, anche la straordinaria semplicità, carica di bellezza, di posti che gli appartengono, che ci appartengono “La temperatura è migliorata decisamente. Fa anche caldo, con una piacevole brezza primaverile. Profumata di ginestra, di pece, di improbabili novità. Giorni fa con il mio caro amico Carmine, il doc. diminutivo di Doctor, ho visto, odorato, fotografato, un’intera collina di ginestre in fiore. Un mare di giallo fra il verde scuro dei boschi di pino. Una meraviglia!Forse è per queste esplosioni improvvise di fioriture che questo luogo si chiama Fiore”.

domenico barberio

DEMONI E SANGUE: Acquistalo online direttamente da Coppola Editore

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La ‘ndrangheta, per esempio, non è l’auto del boss Carmine Arena sventrata dal bazooka. Né la ferocia degli autori della strage di Duisburg, in Germania.

Francesco Saverio Alessio offre invece una lettura profonda del male italiano, esportato ovunque. In Australia come in Colombia. Nel suo Demoni e sangue”, Coppola Editore, c’è il diario di una vita in trincea. Fra difficoltà, sconfitte, scelte coerenti. La vittoria della parola.

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'ndrangheta: un potere glocale e invisibile - Demoni e sangue di Francesco Saverio Alessio; Coppola EditoreDai “Sovversivi del gusto” a “Demoni e sangue” un percorso italiano…alla Trattoria Pegaso, Soprazzocco di Gavardo (BS), Lago di Garda, il 28 dicembre alle ore 20: presentazione di “Demoni e sangue - ‘ndrangheta un potere glocale ed invisibile” di Francesco Saverio Alessio, Coppola Editore. Serata con l’Autore collegata ad un sentiero degustativo con i prodotti dei “Sovversivi del gusto”. A tavola l’Italia buona con olii nuovi, formaggi, salumi, farine, carni, mieli, vini…a fine serata letture dal libro accompagnate dal Maestro chitarrista Giovanni Casamassima.