Francesco Saverio Alessio non è simpatico a molti, non ha un pubblico di fan come tanti suoi colleghi, non cerca consensi, non vuole apparire a tutti i costi. Non è un giornalista ma un intellettuale e uno scrittore. Calabrese. Attento, da sempre, sia alla cronaca sia al fenomeno sociale e politico della ‘ndrangheta e del malaffare in Italia e nella sua terra di origine. E ne coglie aspetti inusuali perché per affrontare il fenomeno ‘ndranghetista il suo approccio è prima di tutto estetico. E l’estetica di Saverio non è neutra. Non è rassicurante. Non cerca l’applauso e il benestare dei potenti. Saverio è così, il vero snob: squattrinato e rigorosamente indipendente. Se ti deve dire qualcosa te lo dice in faccia, senza tanti giri di parole. Prendere o lasciare.
Saverio, nel suo racconto e nella sua ricerca intellettuale, morale e artistica è profondamente politico. “L’arte, tutta l’arte, è essenzialmente politica”, diceva Frei Betto cercando di spiegare, a noi europei disillusi e inariditi, il movimento culturale brasiliano emerso dopo la fine della dittatura militare. E come i poeti “sem terra” Saverio usa l’estetica e l’arte come arma politica. Un’arma potente, pericolosa, per il potere assoluto del sistema calabrese (e italiano). E per questo ha dovuto abbandonare la sua terra. Se ne porta dietro frammenti, incisi nel carattere. Quei pezzi della sua cultura non li rinnegherà mai.
Il racconto di fatti tremendamente reali che Saverio fa, però, non è apocalittico. Anche se diventa sempre più difficile essere ottimisti in questa Italia livellata al basso. La speranza per l’intellettuale e l’uomo è raccontare, mostrare, svelare l’orrore del potere. E vincerlo con l’intelligenza e la vita. Vivendo.
(Roma, 27 aprile 2011)
’NDRANGHETA. SIGNIFICATO DELLA PAROLA
La ‘ndrangheta nel racconto di Francesco Saverio Alessio
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